Lo stupore del Taj Mahal

Agra
22/01/2013

É davvero una delle sette meraviglie del mondo. Il Taj Mahal supera ogni immaginazione, quello che si è visto in fotografia, nei filmati o nelle guide non riesce a dare il senso dell’imponenza, della spiritualità, della luce che questo mausoleo riesce a trasmettere. Arrivati ad Agra nel tardo pomeriggio ci siamo limitati a guardarlo dalla sponda opposta del fiume. E abbiamo fatto bene perché la domenica pomeriggio era affollatissimo. Lunedì di buon mattino ci siamo tornati, poca gente, luce tagliente, profilo che si staglia nell’azzurro del cielo. Ricami di marmo, i quattro minareti, le lunghe fontane, la simmetria straordinaria. Insomma, uno splendore. Come pure l’immensa fortezza di arenaria rossa, dove il grande Moghul (che aveva fatto erigere in memoria dell’amata consorte il mausoleo di marmo splendente) fu rinchiuso negli ultimi otto anni della sua vita dal figlio cattivo che l’aveva spodestato. Di lontano però, attraverso la trina marmorea della prigione, il Taj Mahal gli rifletteva tutti i colori del sole e della luna che, a guardarlo, pare avessero anch’essi “le lacrime agli occhi”. Anche noi stavamo per piangere quando all’aeroporto ci siamo resi conto che non c’era nessuno ad aspettarci. Centinaia di cartelli agitati dietro le transenne, ma nessuno con i nostri nomi. Due ore di attesa, poi finalmente dritti ad Agra, nei giardini di là dal fiume, col tempio che al tramonto trascolorando pareva dicesse: “Ma quanto ci avete messo ad arrivare?”

 

 
 
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